• I ricercatori dellUniversità di Linköping hanno messo a punto una matrice di collagene a partire dalla pelle di suino e l’hanno testata su alcuni pazienti affetti da cheratocono

    Il cheratocono è una malattia rara, si manifesta in età giovanile e genera un assottigliamento della cornea, provocando in chi ne soffre un progressivo peggioramento della vista; pur essendo rara, la patologia non provoca una diminuzione dell’aspettativa di vita, quindi i casi si accumulano e sono abbastanza frequenti nella popolazione.

    La storia di Kevin insegna che, sebbene spesso si cerchi di intervenire con lenti correttive, la soluzione per questo genere di problematica si ritrova spesso nel trapianto di cornea, una pratica divenuta con gli anni meno invasiva ma responsabile di un certo impatto psicologico sui pazienti. La ricerca scientifica sta sperimentando varie alternative al trapianto, e una delle proposte più intriganti a tal proposito giunge da un gruppo di studio svedese che, partendo dal derma di suino, ha prodotto una matrice di proteina collagene priva di cellule, riuscendo a trapiantarla con successo in pazienti affetti da cheratocono.

    Lo studio svedese

    In uno studio clinico di Fase I, condotto in aperto su pazienti di età superiore a 18 anni affetti da cheratocono in fase avanzata, i ricercatori dell’Università di Linköping insieme ai colleghi della società di bioingegneria LinkoCare Life Sciences hanno valutato la fattibilità dell’impianto, eseguito con metodo intrastomale, di una matrice bioingegnerizzata ottenuta da cellule di collagene di tipo I di provenienza suina. Nello studio - che ha già arruolato 20 pazienti dai paesi dell’India e dell’Iran - saranno valutate anche la sicurezza e l’efficacia di questa nuova soluzione terapeutica, di più semplice utilizzo e soprattutto non legata alla disponibilità di cornee da trapiantare.

    “Grazie alle moderne tecniche della chirurgia, il trapianto di cornea è divenuto una procedura meno invasiva per i pazienti”

    afferma il dott. Diego Ponzin, della Fondazione Banca degli Occhi del Veneto Onlus. “Infatti, i chirurghi hanno imparato a sostituire solo lo strato malato della cornea perciò oggi si può immaginare il trapianto di cornea come un insieme di procedure adattabili a seconda della malattia corneale”. Tutto ciò è strettamente legato alla struttura della cornea che si presenta a strati, come se fosse una “cipolla”, costituita da un epitelio pavimentoso esterno, sotto cui trova posto il tessuto connettivo compreso tra due membrane basali, una delle quali assai elastica. Sotto a questa c’è l’endotelio, lo strato più interno. “Al giorno d’oggi si interviene sui vari strati a seconda della patologia, con enorme beneficio per i pazienti che si sottopongono all’intervento in anestesia locale e in regime di day hospital”, precisa Ponzin.

    “Una tale rivoluzione, a cui l’Italia ha partecipato con il contributo di brillanti chirurghi, ha determinato una riduzione dell’impatto sui pazienti, con rischi ridotti e tempi di recupero più rapidi rispetto alla sostituzione dell’intera cornea”.

    L’innovazione ha così contribuito al miglioramento della qualità di cura dei malati, abbassando al contempo i costi per la Sanità pubblica; ciononostante, solo in Italia il cheratocono è causa di più del 40% dei trapianti di cornea, rendendo questa essenziale componente dell’occhio particolarmente richiesta. In un articolo pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology il team di ricercatori dell’Università di Linköping ha riassunto i risultati dell’applicazione della matrice di collagene, rinominata BPCDX (Bioengineered Porcine Construct, Double crosslinked), sui primi 20 pazienti arruolati nello studio e che avevano un follow-up di almeno 12 mesi: BPCDX è stata in grado di trasmettere lo stimolo luminoso in maniera analoga a una cornea umana, mantenendo le proprietà fisiche e la trasparenza tipica di questo tessuto. Inoltre, lo spessore, la curvatura e le proprietà di rifrazione della matrice si sono dimostrate sovrapponibili a quelle di una cornea ottenuta da donatore. I pazienti hanno mostrato miglioramenti anche sotto il profilo dell’acuità visiva e, ultimo ma non meno importante dettaglio, tutti gli impianti si sono rivelati sicuri e ben tollerati, senza che siano insorte complicanze chirurgiche. Al momento lo studio sta proseguendo con l’obiettivo di raggiungere la quota di 40 pazienti e valutare in tutti gli esiti post-operatori a un anno dall’intervento.

    La cheratoplastica

    “Il cheratocono rimane una sfida più importante nel trapianto di cornea. La cheratoplastica lamellare anteriore profonda (Deep Anterior Lamellar Keratoplasty, DALK) consente di sostituire gli strati corneali superficiali e centrali, lasciando intatti quelli più profondi”, precisa Ponzin. “Questo significa che durante l’intervento l’occhio non viene mai aperto, mantenendo un maggior livello di sicurezza per il paziente e riducendo i rischi di rigetto. Ma tutto ciò significa essere in grado di sostituire uno strato di cornea dello spessore di mezzo millimetro, lasciando in sede una membrana di soli venti millesimi di millimetro che bisogna evitare di lacerare. È un intervento manuale che ha tempi di esecuzione significativamente più lunghi rispetto alla sostituzione degli strati più profondi e richiede da parte del chirurgo notevole precisione ed esperienza”.

    Le prospettive

    Perciò, lo studio svedese contribuisce a fornire una nuova prospettiva di trattamento del cheratocono - di concreto interesse soprattutto per i paesi economicamente svantaggiati che non riescono ad accedere a un numero di donazioni sufficiente a far fronte alla richiesta medica. Ma non si può ritenere che le applicazioni del trapianto di cornea si esauriscono nel cheratocono poiché esse riguardano anche le patologie degli strati più profondi della cornea, quali la distrofia di Fuchs, oppure altre distrofie o esiti di cheratiti. “Per queste malattie servono tessuti capaci di rimpiazzare le cellule danneggiate mantenendo la cornea trasparente”, conclude Ponzin. “Un tessuto di sintesi come quello prodotto nei laboratori degli istituti svedesi non sarebbe adatto perché costituito solo da una matrice collagenica che non contiene le cellule. Per far fronte a queste altre situazioni mediche, infatti, servono tessuti che abbiano un serbatoio cellulare significativo. Oppure speriamo che in un futuro non remoto sia messa a punto una terapia cellulare che consenta di rigenerare gli strati cellulari non più funzionanti”.

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