Carcinoma squamocellulare avanzato o metastatico - Al via lo studio I-Tackle

La necessità di nuove opzioni terapeutiche per le forme avanzate e metastatiche rimane un obiettivo medico prioritario nella lotta dei tumori delle pelle poco noti, sottovalutati ma pericolosi. Ciò conferisce un elevato valore allo studio clinico promosso dalla Fondazione IRCCS - Istituto Nazionale dei Tumori di Milano in collaborazione con Merck Sharp & Dohme.

In questo studio si sta testando l’efficacia della combinazione di due farmaci come Pembrolizumab e Cetuximab nel trattamento di pazienti con carcinoma squamocellulare avanzato o metastatico.

L’immunoterapia sta inanellando un successo dopo l’altro nella lotta a diverse forme tumorali e il suo impiego anche contro questa classe di carcinomi della pelle sembra promettente perché potrebbe ridare speranza ai pazienti e, seppure in casi limitati, riaprire le porte della sala chirurgica anche a coloro per cui questa opzione sembrava preclusa.

Lo studio di Fase II, in aperto, partirà a fine 2018, avrà una durata quadriennale prevedendo l’arruolamento di 43 pazienti ai quali sarà somministrato in infusione Pembrolizumab (Keytruda®) alla dose di 200 mg ogni 3 settimane. Si tratta di un anticorpo monoclonale già impiegato per il trattamento di soggetti colpiti da melanoma non resecabile o metastatico e di individui affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) metastatico. La particolarità di Pembrolizumab è di poter prendere a bersaglio recettori specificamente espressi dalle cellule tumorali esponendole quindi agli attacchi del sistema immunitario. “L’interesse è molto alto perché il trial si rivolge a pazienti con carcinoma cutaneo non più suscettibile di trattamento chirurgico o radioterapico per i quali, sino ad ora, l’unica terapia possibile era la chemioterapia.” - spiega il dott. Paolo Bossi, oncologo presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e Principal Investigator dello studio - “Si tratta di soggetti fragili perché spesso in età avanzata o con fragilità che li rendono a maggior rischio di tossicità qualora sottoposti a un trattamento chemioterapico. Questo anticorpo monoclonale anti-PD1, potrebbe essere una soluzione innovativa proprio alla luce delle sue già note applicazioni”.

Nel corso dello studio i pazienti saranno accuratamente monitorati e nel caso in cui si osservi progressione di malattia, al protocollo terapeutico con Pembrolizumab in atto, sarà aggiunto anche Cetuximab (Erbitux®) – un farmaco a target molecolare anti-EGFR, il fattore che si è visto essere sovraespresso in più dell’80% dei carcinomi squamocellulari – alla dose di 250 mg/settimana, nella speranza che l’effetto sinergico delle due molecole sia in grado di abbattere la resistenza eventualmente insorta verso Pembrolizumab e armare il sistema immunitario contro il tumore. “Abbiamo già un dato di risposta in circa un caso su due con un farmaco immunoterapico simile in uno studio recentemente pubblicato” - prosegue Bossi - “L’eventuale aggiunta di un anti-EGFR permette un maggior controllo della malattia. Il controllo di malattia è spesso la prima richiesta del paziente, poiché la sede di malattia è visibile e crea problemi, quali dolore, infezioni, sanguinamenti. Nella maggior parte dei casi poi questi tumori appaiono proprio nel distretto testa-collo”.

Potranno essere arruolati in questo trial clinico pazienti a partire dai 18 anni di età, con una diagnosi istologica di carcinoma squamocellulare non resecabile chirurgicamente, non suscettibile di radioterapia o che presentino metastasi. Nei soggetti inclusi la malattia dovrà essere inquadrabile secondo i criteri di valutazione RECIST 1.1 grazie a cui sono misurate le variazioni dimensionali della lesione. Inoltre, i pazienti dovranno riportare un performance status sulla scala ECOG (Eastern Cooperative Oncology Group) di 0 o 1 e dovranno sottoporsi ad una serie di analisi ematologiche per stabilire il quadro di funzionalità epatica e renale. Non potranno essere presi in considerazione i soggetti che siano stati precedentemente sottoposti a trattamento con un farmaco anti-EGFR o con un anticorpo monoclonale e neppure coloro che abbiano un’infezione da tubercolosi in atto o siano affetti da pneumopatia infiammatoria non infettiva, meningite carcinomatosa o malattia autoimmune che richieda un trattamento. Sono altresì esclusi i pazienti affetti da HIV, epatite B e C o che siano stati precedentemente sottoposti a trapianto d’organo o di midollo osseo.

L’obiettivo principale è il tasso di risposta cumulativo, osservato già alla fine dei tre cicli di somministrazione della molecola. Inoltre, sarà valutato l’aumento nel tasso di risposta cumulativo, considerato come la somma delle risposte complete (CR, Complete Response) e parziali (PR, Partial Response) fatte registrate dal singolo agente (Pembrolizumab) o dalla combinazione di Pembrolizumab e Cetuximab, rispetto alla monoterapia con l’inibitore di EGFR (riportata essere in letteratura il 27%). Gli obiettivi secondari sono la compliance e la sicurezza del trattamento, la miglior risposta, il controllo della malattia (SD, Malattia Stabile + PR + CR), la sopravvivenza globale (OS, Overall Survival) e la sopravvivenza libera da progressione (PFS, Progression Free Survival). Saranno, infine, valutati i pazienti che, inizialmente considerati non idonei, al termine del trattamento con il regime terapeutico in studio, potrebbero essere sottoposti a trattamento chirurgico.

I centri attivi sul territorio italiano sono: Spedali Civili di Brescia (dott.ssa Francesca Consoli, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi (dott. Vincenzo De Giorgi, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (dott. Paolo Bossi, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), Istituto Europeo di Oncologia di Milano (dott.ssa Emilia Cocorocchio, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi (dott.ssa Graziella Pinotti, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), Istituto IRCCS A.O.U. S. Martino di Genova (dott.ssa Paola Queirolo, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) e Istituto Nazionale Tumori - Fondazione IRCCS "G. Pascale" di Napoli (dott. Paolo Ascierto, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

L’immunoterapia in carcinomi come quello a cellule di Merkel è già una realtà ma adesso un progetto tutto italiano potrebbe rappresentare l’ennesimo successo di questa rivoluzionaria forma di terapia, considerata ormai da molti la strada maestra per la cura di tante forme tumorali rare e meno rare.

Il carcinoma squamocellulare è un tumore epiteliale maligno che colpisce le cellule squamose dell’epidermide e può spesso comparire in zone esposte al sole ma può svilupparsi anche sulle mucose o in qualunque altra area del corpo. Ha l’aspetto di un nodulo arrossato, nettamente delineato e desquamante che si presenta sia su tessuto normale che su cute già danneggiata dalla presenza di neoformazioni precancerose dovute a eccessiva esposizione solare, ulcere cutanee croniche o cicatrici di ustioni. Man mano che cresce di dimensioni assume le dimensioni di una verruca e tende a infiltrare il tessuto sottostante tanto che, negli stadi più avanzati, può facilmente dare metastasi. In questi casi diventa letale: le lesioni di piccole dimensioni possono essere asportate chirurgicamente e hanno un’ottima prognosi mentre la lesioni in stadio avanzato, ad alto potenziale metastatico, presentano tassi di sopravvivenza a 5 anni non superiori al 34%. La prevenzione rimane un punto cruciale tanto per il carcinoma squamocellulare che per il carcinoma basocellulare, un altro tumore cutaneo, altrettanto diffuso e caratterizzato da noduli duri e lucidi, chiazze simili a cicatrici sanguinanti e lesioni ulcerate e crostose. In entrambi i casi, infatti, il trattamento tempestivo, con tecniche di rimozione chirurgica, criochirurgia, o ricorrendo a chemioterapia topica o, ancora, radioterapia può aumentare le possibilità di sopravvivenza.

https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT03666325?id=NCT03447249+OR+NCT03666325&rank=1&load=cart